Leopoldo Verona : text

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Su Arte e Teatro
Conversazione tra Leopoldo Verona e Silvano Marini
(pubblicata su "Verifiche"/ Svizzera n.2, aprile 2002)

Il 18 gennaio a Milano veniva ufficialmente presentato alla stampa e agli addetti ai lavori il Teatro degli Arcimboldi, struttura chiamata ad affiancare la Scala - che ha qui trasferito la sua programmazione durante i lavori di restauro dello storico edificio del Piermarini - quale secondo teatro lirico di Milano. Progettata dallo Studio Gregotti & Associati e realizzata in collaborazione con Comune di Milano e Pirelli & C., la nuova sede teatrale, da subito operativa, è abilitata a contenere 2.375 spettatori.
Ci pareva interessante riflettere su tale avvenimento. Abbiamo chiesto a Silvano Marini, storico e critico d'arte, e a Leopoldo Verona, musicista poeta regista, entrambi presenti all'inaugurazione dell'Arcimboldi, di confrontarsi sulle caratteristiche dell'edificio e, più in generale, sul teatro. Dal loro incontro, basato su una conoscenza improntata a reciproca stima, è nata l'intervista qui di seguito proposta, condotta da Marini sul filo della ricerca dei significati. Insieme a riflessioni su che cosa sia il teatro, sul rapporto spettacolo-pubblico, sull'essenza stessa di arte, emerge un ritratto di Leopoldo Verona, artista e innovativo uomo di cultura.

Silvano Marini - A Milano, in meno di un anno, sono stati inaugurati ben due teatri, dapprima il Dal Verme ora l'Arcimboldi. Come li definirebbe?
Leopoldo Verona - Il Dal Verme è una sala notevole dal punto di vista acustico e per tanti altri aspetti. Ma io non lo chiamerei "teatro"; è uno spazio per la musica, come già molti ce ne sono in Milano. L'Arcimboldi, per ora, ospita solo le produzioni della Scala.
Significativo, per me, reincotrarne il progettista, Vittorio Gregotti, mio professore quando studiavo architettura a Palermo...

SM - ... per laurearsi poi a Firenze con una tesi di notevole profilo, che io ho avuto modo di conoscere, su "Teatro e architettura".
LV - La ringrazio per l'apprezzamento. Devo dire però che la mia scelta iniziale per l'architettura era dovuta al fatto che cercavo orizzonti ampi, possibilità le più vaste. Erano anni in cui occuparsi dell'altro, di cui sentivi la sofferenza, era una necessità, soprattutto per un giovane, indipendentemente dall'essere artista scienziato operaio... Sono cresciuto in un ambiente ricco di stimoli e aperto verso le più diverse forme di comunicazione e di arte. Poesia è stata mia compagna di giochi. Nel tempo mi sono espresso quale autore e interprete di canzoni ed ho approfondito conoscenze di mimo e danza. Mi è venuto quindi naturale fare dell'espressività artistica argomento di ricerca.
Sono più di trent'anni ormai che indago in particolare intorno al teatro, il suo esistere e il suo fare, formato io a una cultura cui si fa risalire la nascita del teatro occidentale. Non si tratta però solo delle mie origini greche. E' qualcosa che mi ritrovo nella pelle, qualcosa di vitale in me.

SM - Vuol dire di sentirsi uno spirito "classico"?
LV - Può darsi, ma non nel senso che si dà a questa parola e al suo riferimento allo stile corrispondente. Se invece per "classico" si intende qualcosa che rimane nel tempo, credo di poter dire che questo mi interessa e mi riguarda.

SM - La stessa parola teatro, deriva dal greco...
LV - ... "teàomai", che significa "vedere": poter vedere, per entrare in relazione, perché sia "un momento da vivere insieme". Presso i Greci era l'intera società non solo una élite ad esserne coinvolta, con caratteristiche e valori che, grazie alla ricchezza di personalità e di tecniche, hanno raggiunto forme espressive di grande efficacia. Inoltre, in quanto spazio fisico, esso trovava una precisa collocazione architettonica all'interno della pòlis. Come il tempio era lo spazio della preghiera e l'agorà quello dell'incontro delle riunioni dei mercati, così il teatro era uno spazio unico ben definito, in cui si andava in determinati periodi dell'anno. Anche la scelta dei soggetti avveniva in funzione della loro aderenza alla situazione politica e sociale del momento. In tal modo il teatro veniva ad assumere carattere di necessità quasi istituzionale. Ma parliamo di una civiltà che solo arrivata al suo culmine si era espressa in questa forma. Nell'età di Pericle, ad esempio, agli spettatori veniva addirittura corrisposto il salario di una giornata perché potessero partecipare a questo momento, non solo significativo, ma fondamentale della vita della società.

SM - Società che aveva una cultura di riferimento. Il che non si può dire della nostra, orientata verso un'internazionalizzazione che è quasi negazione delle diverse origini dei popoli, della loro varietà e ricchezza.
LV - Sì, credo che si stia correndo questo rischio. Quando però ci si è mossi alla ricerca di nuove forme di teatro, dalla prima metà del Novecento in avanti, si è andati (attori registi autori) in giro per il mondo, spesso presso società cosiddette "primitive", dove il teatro conserva i valori originari. (Siamo anche andati a cercare nell'India del Kathakali e nel Giappone del Teatro "No", dove il linguaggio - fatto di parola musica movimento e anche di non-parola/gestualità maschera costume... - è fondato sulla grande preparazione dell'interprete.) All'interno di queste società, la figura dell'attore/sacerdote, in un momento spazio-temporale unico, quando si riunisce tutta la gente del villaggio, esprime, universalizzandoli, i temi fondamentali della vicenda umana, personale o sociale... Anche se mi rendo conto di vagheggiare utopie, io credo che il teatro dovrebbe recuperare la sua funzione di stimolo per la società. Essere quel momento in cui la coscienza collettiva si confronta con l'emozione, per andare al di là della cronaca e del quotidiano o, meglio, per andarne alla radice.

SM - L'emozione, fondamento di ogni fatto artistico.
LV - L'artista ha questa, come funzione: di farsi tramite. In questo consiste il suo essere. Qualsiasi artista, in qualsiasi forma di espressione si produca. (Anche l'interprete - che pure non è creativo perché non l'ha fatta lui, l'opera - in quel momento è lui il tramite, è lui che le dà vita.) Io credo a questo ruolo imprescindibile all'interno della società, della costruzione stessa per la storia. (...) Oggi si pensa che questo sia compito esclusivo della politica. Ma come si fa a governare popoli e nazioni gestendoli come si gestisce un'azienda, avendo come principale punto di vista la produttività? A me sembra che in qualsiasi campo dell'attività umana bisognerebbe tener conto di tutti gli elementi che compongono una società, non ultime l'arte e la cultura, che spesso sono considerate solo un momento di evasione, qualcosa di superfluo, di secondario, che può esserci o non esserci.

SM - Non c'è una responsabilità anche degli artisti e degli intellettuali?
LV - Più che di responsabilità bisognerebbe parlare di colpe. Ricordo un saggio ingegnere cipriota che mi diceva: "Vedi, io, con la mia preparazione, col ruolo che ricopro, se ritengo pericolante il cornicione di una casa, devo segnalarlo alle autorità competenti. E' mio dovere farlo e fare di tutto perché si provveda a scongiurare il pericolo". Non può fare teatro, non può fare arte un "artista" che non abbia in sé la consapevolezza di quello che è il suo essere. Perché condannare il medico che non fa bene il proprio lavoro e accettare qualsiasi "porcata" (mi scusi il termine) definita arte? Ma in una realtà impoverita di valori, non si capisce nemmeno chi sia l'artista e quale sia il suo ruolo. Oggi vale solo quello che ha un peso economico e commerciale. Il resto non ha valore. Eppure i veri artisti hanno orientato la storia con le loro opere.

SM - Esiste arte oggi?
LV - Sì, esiste. Non so quanto viva. Una cosa è esistere, ma vivere... Non voglio né so, dire di più. Alla sua domanda però rispondo: sì, io penso che esista. Non può non esistere. Secondo la legge, un documento comprova che ci sei perché sei nato ma, se non si redige un atto di decesso, esisterai sempre. Si nasce e si muore, si esiste o no a seconda che lo si possa provare con un documento... L'arte, grazie al cielo, non ha bisogno di documenti per esistere!

SM - Esiste teatro oggi?
LV - Esiste. Ma la sua voce è troppo flebile, non entra in maniera incisiva all'interno del vivere associato. E' difficile per un attore, per una persona di teatro oggi, potersi esprimere in maniera che il suo agire sia significativo per la società. E poi, non sempre gli attori sono artisti. A questo bisogna aggiungere che la produzione di testi teatrali è rara e che l'architettura - quando assume ruolo di protagonista anziché di servizio - può a sua volta non contribuire a creare l'"ambiente".


SM - Lei, ha mai scritto "cose" per il teatro?
LV - Ne ho scritte. Ma non sono tutte definite dal punto di vista della loro rappresentazione. Sono piuttosto tracce su cui dovrei ancora lavorare. Se mai avrò il tempo, cercherò di definirle così come mi piacerebbe. Ci sono però state occasioni sporadiche per mie rappresentazioni di mimo, teatro-danza, con performances personali o con altri artisti.

SM - Infatti. Ricordo la sua interpretazione del Notturno n.28 di Chopin, tra mimo e danza; ma penso soprattutto a "Light!", straordinario testo poetico a mio parere, che sarebbe interessante vedere finalmente messo in scena.
LV - Vedo che conosce...

SM - Un poco. Ma torniamo a noi: come mai era venuto anche lei all'inagurazione dell'Arcimboldi?
LV - Ho deciso di farlo perché mi interessava vivere lo spazio di questo nuovo teatro. Mattinata particolare, per vicende personali, per forte gelo e nebbia... Dovevo proprio attraversare la città per raggiungere il luogo. Primo tratto in macchina poi in metropolitana; infine opto per un taxi. Conversazione stimolante con il taxista che mi accompagna, il quale mi spiega anche le caratteristiche di questo quartiere della periferia di Milano.

SM - Un'area enorme, quella della Bicocca! Era la vecchia area industriale della Pirelli riqualificata con un progetto complesso, che vede la presenza dell?università, collegamenti di trasporto pubblico eccetera.
LV - Tutte realtà che io ho avvertito, con un senso di disagio. Arrivare tra quei casermoni, costeggiare la staccionata della zona dove è in costruzione il parcheggio, quindi svoltare ad angolo retto e trovarsi di fronte al teatro, che fino all'ultimo non si vede... Mi è venuto da piangere davanti a questa avvenieristica mastodontica realizzazione. Mi sono detto: Ma per chi? Per cosa? L'ho sentita lontana, dalla gente, da noi. Mi è apparsa slegata da tutto. Era meglio quando si poteva dire "povero ma bello". Più tardi, nella mattinata, ho pensato che la sua collocazione in un quartiere popolare possa permetterle, anziché di sopravvivere come un "museo", di diventare parte viva di un tessuto vivo. (Bisogna però che cambino parecchie cose nella gestione degli spettacoli.) Tuttavia è proprio un bello spazio, che presenta tutte le caratteristiche di un teatro, anche se un po' rigido nella concezione, finalizzato com'è quasi esclusivamente al melodramma.

SM - La forma si ispira all'anfiteatro greco-romano.
LV - E' vero. Questa è una sua caratteristica, purtroppo limitata dal fatto che manca l'apertura laterale. E'un anfiteatro in scatola, se così si può dire, che però usufruisce di un grande palcoscenico. Non intendo valutarne i dati tecnici, ormai noti, quanto esprimere la mia sensazione. Non ho esaminato l'impianto scenico, ma il teatro dovrebbe funzionare non per la capacità di avere macchine o tecnica, anche se ogni rappresentazione di oggi avrebbe la necessità di usufruire di mezzi ad essa contemporanei così da essere proposta in modo corrispondente all'esigenza del proprio tempo. Ma è anche vero che esistono ormai numerose esperienze di teatro fatto in luoghi abbandonati, nella natura eccetera. Tuttavia è chiaro che, per quel che riguarda il teatro lirico, esso deve corrispondere a precisi requisiti che permettano alle grandi opere di esprimere quello per cui sono state fatte.

SM - E' solo un teatro lirico, quindi, l'Arcimboldi, secondo lei.
LV - Sostanzialmente sì. Come sa, una delle domande che ci si è posti, tra quanti eravamo lì, è stata: "Una volta concluso il suo ruolo di temporaneo sostituto della Scala, come sarà utilizzato"? Non credo che si sia andati molto più in là del fatto che sarà comunque la Scala stessa a gestirlo. Una struttura così non può scomparire una volta esaurita la sua funzione. Io l'avrei corredata di altre possibilità - ma sarebbe stato necessario provvedervi già in fase di progetto - sennò si potrebbe parlare di teatro usa e getta. Inaccettabile, se si pensa ai costi di realizzazione. Inaccettabile, se si considera l'urgenza di altre strutture di primaria necessità: il teatro in fondo può vivere anche per strada... ma è fatto per i vivi.
Come dicevo, voglio però sperare che cresca anche all?interno del quartiere ed acquisti una sempre più ampia fruibilità.

SM - Si tratta però sempre di una struttura moderna che potrebbe consentire un cartellone ricco, favorire scambi internazionali...
LV - E' vero, ma per qualunque progetto ci vuole l'intenzione, di fare; soprattutto, ci vuole voglia di cultura. Finché non ci sarà questa apertura, anche questo teatro, per quanto grande, sarà sempre uno spazio chiuso, limitato, uno spazio nel quale si può venire a vedere produzioni che sono solo espressione di una cultura storicizzata, quando non scandalosamente frivola, di routine o priva di cultura stessa. In una parola, inutile. Girando per gli spazi del teatro, ho incontrato alcuni giovani operai che sin dall'inizio hanno lavorato in quel cantiere, in pausa per la cerimonia inaugurale. Mi dicevano di essere stati presenti alla prova della sera precedente, ma di non aver capito molto di quello che avevano visto. Sentivano la necessità che ci fossero elementi di tramite tra la rappresentazione e la "nonconoscenza" del pubblico, di quanti come loro non conoscono la storia, non entrano in quel linguaggio. E' bisogno di capire. Ma da che parte incominciare? Questo sarebbe compito dell'organizzazione, cioè dell'impostazione culturale: se non offri al fruitore di un tale spazio la possibilità di poterlo vivere, con quello che vi accade, di poterlo comprendere? Ricordo un aneddoto francese, letto ancora sui banchi di scuola: un contadino era andato in città e, tornando nel suo paese, riferiva quello che aveva visto. "Sei andato anche a teatro?" "Ah sì, ci sono andato!" "Raccontaci, raccontaci!". Grande curiosità. "Beh, insomma, lì gli attori parlavano degli affari loro, e io non sono stato neanche ad ascoltarli." Se non interessi lo spettatore, non soltanto con quello che dici ma facendogli capire quello che stai dicendo, serve a ben poco portare la gente a teatro.

SM - La difficoltà di quegli operai, quale era?
LV - Era per l'opera in sé, per un tipo di spettacolo lontano dalla loro possibilità di "viverlo". Però, quando si è formati all'ignoranza, alle cose facili, al superficiale... Non si può tuttavia pensare che dei giovani, abituati al linguaggio della musica contemporanea, possano entrare - con tutti i valori che esso ha - nel linguaggio del melodramma. Che è un genere di spettacolo in cui concorrono varie arti. E' un impegno culturale fornire elementi per renderlo comprensibile. Quello che a mio parere manca, che bisognerebbe rievocare o comunque instaurare, è una forma di (uso una parola che può sembrare desueta) umiltà. Nessun regista o interprete o direttore d'orchestra può pensare che tutto dipenda da lui. Noi sosteniamo invece mostri sacri, che... Dovrebbe esservi un intervento creativo per riportare al pubblico di oggi un'opera lirica, portarla non dico alla conoscenza, ma al nutrimento - essendo un'opera d'arte - di chi fruisce. Non può essere solo occasione per un banale incontro mondano.

SM - Insistendo, sottolineo però che non basta essere bravi musicisti ottimi cantanti tecnici aggiornati perché una rappresentazione sia arte.
LV - Sono d'accordo con lei.

SM - Ma, allora, che cosa deve esserci in più?
LV - Un'armonia di azioni tendenti a mettere in concordia gli elementi adatti a dare rilievo al dramma che si svolge. Quelli che nell'opera originaria si volevano comunicare. Non si può prescindere da ciò, nella sua realizzazione.

SM - Sì, ma che cosa la fa diventare arte?
LV - Intanto la consapevolezza, da parte dell'insieme di persone che vi lavorano, di concorrere a una stessa operazione. E soprattutto, io penso, la qualità. In questo senso è l'artista - tramite tra l'opera e chi la deve fruire in quel momento - colui che ha la sensibilità per discernere, per indicare, per operare... Ed è nel momento in cui il fatto teatrale fa di tutti - interpreti e pubblico, di qualsiasi cultura ed esperienza - un uno, è in quel momento che diventa fatto artistico. Quando prende tutti!
C'è, è vero, una componente di mistero. (Gli spagnoli, ad esempio, nelle loro forme di espressione popolare - soprattutto nel flamenco - parlano di presenza o meno del "duende". Intendendo per "duende" quasi un intervento dello spirito, che viene a catalizzare e a trasformare la "materia", cioè la danza la capacità la bravura...). Io starei attento di fronte a un artista detto tale, che si presenta molto sicuro di sé, anche se professionalmente preparato e bravo, se gli manca, prima di entrare in scena, il timore che quello che lui fa possa davvero arrivare ad operare quella trasformazione, ad operare quella osmosi, a comunicare emozioni! Per questo, l'umiltà di cui parlavo.
Poi, ogni sera è diversa. La sala vuota/la sala piena? La sala vuota, chissà perché, inibisce lo spettacolo, blocca l'artista. Quando si sente dire: "C'era poco pubblico, quindi lo spettacolo è stato compromesso", non sono per niente d'accordo. Queste sono considerazioni di tipo economico! Se io, in quanto artista, mi preparo a poter comunicare e non ad esibirmi perché la folla mi acclami e mi dica "bravo", è lì che lo spettacolo riesce, che l'arte vive! Certo, ci vuole almeno un'altra persona. Se non c'è nessuno, non esiste teatro. Il teatro può esistere anche in questa nostra conversazione, benché sia limitante essere solo in due. Ma dal momento in cui ci sono tre persone, e una si esprime al loro interno, a mio parere c'è questa possibilità.

SM - Perché la terza persona fa teatro?
LV - E' una mia idea, nata dall'esperienza. Non so cos'è, che fa questo. So però che, grazie alla presenza della terza persona, la sensazione da parte di chi si esprime è che il suo fare acquisti un valore universale, di adatto a più!
Nel fatto creativo intervengono concentrazione e svuotamento assoluto, totale di sé, essere per ...
Andando alla mia esperienza, devo aggiungere che le cose anche mie che sento di più non sono quelle dove più ho pensato quello che dovevo fare, ma quelle in cui l'ho espresso, l'ho dato. E' venuto fuori!

SM - Mi pare che a questo punto si possa parlare di ispirazione.
LV - Di ispirazione bisognerebbe parlare sempre. Ma tenendo in grande considerazione quanto dice Schiller: "L'opera d'arte è unopercento ispirazione, e novantanovepercento lavoro per costruirla".
Per non dire che che l'ispirazione dovrebbe poter entrare in tutte le azioni dell'essere umano: non si può far politica senza ispirazione; non si può fare economia, senza ispirazione. I Greci avevano colto molto bene questo, tant'è vero che al poeta non chiedevano soltanto opere teatrali, ma affidavano anche l'esercito, per andare a combattere! Perché lo consideravano una persona sensibile, capace di cogliere l'ispirazione per operare l'azione giusta che potesse portare alla vittoria.

SM - Lei sta preparando la regia di una Butterfly. E' un'opera che sente di poter trasmettere ai contemporanei?
LV - Sì. Tutto ciò che presenta emozione, tutto ciò che può corrispondere a un vissuto, di mille anni fa o di adesso, può essere rappresentato, può essere riproposto. Per quanto riguarda in particolare Madama Butterfly, mi pare un'opera in cui la vicenda raccontata sia talmente fusa con l'espressione musicale inventata da Puccini per rappresentarla, che altro non si può fare che cercare di riproporla, nella sua essenzialità, in quello che è.

SM - Avendo affrontato molte opere - Don Pasquale, Nozze di Figaro, Manon, Trovatore, Bohème... - che cosa in particolare le interessa evidenziare nel capolavoro pucciniano?
LV - Avrei parecchi elementi. Innanzitutto lo sfruttamento o l'utilizzazione di una società più debole per potenza e prestigio da parte di una società economicamente di potere. Nella Butterfly, poi, ci sono due personaggi, entrambi americani: il console Sharpless e il tenente di Marina Pinkerton. Tutt'e due prodotti della stessa cultura, dello stesso mondo: il primo si rende conto delle possibili conseguenze di certe azioni; l'altro invece, irresponsabilmente, usa tutto a proprio vantaggio. Ma alla fine si rende conto delle sue responsabilità. Dovrà, rendersene conto! Anche se ciò non salva Cio-Cio-San. Nella musica viene messo molto più in evidenza il gesto del suicidio; io vorrei sottolineare, benché tardivo, anche il pentimento di Pinkerton. Intenderei inoltre dare all'opera il significato non di una tragedia privata bensì di un dramma corale.

SM - Ma questa è un'interpretazione che ci tocca da vicino, coinvolgendoci...
LV - E' una vicenda che si può riproporre in quanto opera d'arte! Quello che per me è importante - attraverso la caratterizzazione dei personaggi dell'ambiente eccetera - è mettere in evidenza il dramma dell'autenticità di chi ha piena fiducia nell'altro, da una parte; la superficialità nel tradire tale fiducia, dall'altra. Non si tratta solo di due diversi modi di affrontare la vita, piuttosto di due diverse qualità dell'essere.

SM - Mi immagino una sua messainscena misurata, essenziale.
LV - Sì. Tra l'altro, a me questo pare un approccio molto più moderno, molto più consono con la nostra sensibilità, le nostre conoscenze. Si potrebbe raccontare la vicenda anche entrando nei dettagli però, nell'era della comunicazione, dove tanti elementi sono già noti, i particolari si possono esprimere in altri modi. A me pare che la sostanza di questa tragedia possa essere data proprio sottolineando la stretta relazione tra azione scenica e musica. E curando l'interpretazione, naturalmente! Fondamentale. Ma c'è già tutto, nella partitura di Puccini.

SM - La sua regia è dunque tesa a raggiungere quell'unità e quell'armonia di cui parlava prima.
LV - Mi piacerebbe! Con tanta, appunto, umiltà. Con grande attenzione e con tanto lavoro. Perché poi c'è la materia, con cui si lavora: ci sono gli interpreti, con le loro impostazioni, preparazioni o impreparazioni; ci sono le caratteristiche tecniche degli spazi a disposizione; ci sono i limiti dei budgets, che però talvolta stimolano la fantasia...

SM - Quali differenze tra questa Butterfly e quella da lei proposta qualche anno fa?
LV - Non lo so, bisognerà prima realizzarla. So che il pubblico ne era contento. Tante volte, dopo una serata, non si è contenti di quello che si è fatto; sembra che manchi qualcosa. In questo caso, la gioia degli altri può sostituire la nostra. Ma l'operazione è pienamente riuscita se la gioia è reciproca. L'applauso... bene. Ma anche il silenzio di una lacrima.