Leopoldo Verona : text

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Il mestiere dell'attore
Conversazione tra Leopoldo Verona e Franco Di Francescantonio
(pubblicata su "Verifiche"/ Svizzera- n.3, giugno 2003)

Ecco un nuovo contributo di Leopoldo Verona. I lettori di "Verifiche" lo conoscono già per la pubblicazione di due poesie inedite (giugno 2001) e per la bella intervista su "Arte e Teatro" curata da Silvano Marini (aprile 2002).
Il poeta e regista torna oggi sul tema del teatro con l'attore Franco Di Francescantonio, tra i più rappresentativi e raffinati del panorama europeo. Si sono trovati a Roma un pomeriggio di fine novembre, in Trastevere, nei pressi del Metateatro in cui dal 19 novembre al 15 dicembre si è rappresentato lo spettacolo "Confessione" tratto da Tolstoj, regia di Riccardo Sottili, interpretato proprio da un intenso e ispirato Franco Di Francescantonio.
Particolare e simbolico anche il luogo dell'incontro: i due artisti, dopo aver girovagato alla ricerca del "posto giusto", scelgono infine di rimanere in macchina. E così, on the road, si confrontano su cosa voglia dire oggi essere/fare l'attore, parlando del comunicare, della parola e del "pane della poesia" (secondo la bella espressione coniata da Leopoldo Verona), irrinunciabile nutrimento del vivere.


LEOPOLDO VERONA - Ci ritroviamo. Due amici di vecchia data.
Probabilmente chi ci leggerà non ha mai sentito parlare né di te né di me. Noi però pensiamo di avere cose da dire. Cose che forse anche altri hanno detto. In ogni caso ...
FRANCO DI FRANCESCANTONIO - Chi vive ha certamente sempre qualcosa da dire.
Bisogna però trovare gli interlocutori per raccontare le nostre storie. Per me sono le persone che vanno a teatro. Mi sono innamorato del teatro per questo: lì c'era chi mi ascoltava e anch'io potevo ascoltare. Perché un attore ascolta il pubblico. Un attore è attento a quello che succede, a come respira il pubblico, a come si relaziona con lui.
La comunicazione. Ecco. Io ho scelto il teatro come comunicazione, da tanti anni, e cerco di seguire disperatamente, faticosamente quello che amo, quello che mi piace. È vero, ho fatto anche teatro ufficiale, anche quello che non ho amato moltissimo. Ma faceva parte del mestiere, del lavoro. Cerco di resistere per fare quello che mi sembra giusto, per me e per le persone che poi mi vengono a vedere.

LV - Dunque sei un attore. Fai teatro da trent'anni e non solo in Italia. Cosa vuol dire fare teatro oggi? Dove e perché farlo?
FDF - Fare teatro oggi è seguire con determinazione un desiderio. Che è appunto quello di comunicare. Il teatro è fatto dalle persone. Questo è l'aspetto più importante. Che siano della tua stessa lingua o no, io mi sono reso conto che importa fino a un certo punto. Lavorando sia in Russia che in Spagna, sia in Francia che in Germania ho potuto sperimentare che il teatro comunica al di là della stessa parola. Questo è davvero straordinario. È una delle emozioni più belle che mi ha regalato questo mestiere. Di solito si pensa che solo uno spettacolo di musica o di danza si possa portare in giro per il mondo senza problemi. La parola sembra quasi essere un limite, una barriera. Invece non è vero. Perché il teatro, grazie a Dio, si racconta anche con uno sguardo, con un gesto, con pause... Ci sono tanti elementi che ti permettono di comunicare, ma il senso vero di fare teatro oggi è riscoprire la persona.Tutto può tornare utile, è vero: mostre televisione cinema... tutto è importante. Ma la cosa che più mi affascina è la possibilità di riguardare in faccia le persone. Riscoprire un po' il gusto di sentire la gente respirare, o non respirare, quando l'emozione è forte; vedere occhi che ti guardano, a volte anche un po' lucidi perché commossi: ecco, questo mi sembra la cosa più importante oggi, dove tutto contribuisce quasi ad allontanare tra loro le persone. Stiamo a casa, facciamo le nostre "cose" con computers, macchine varie e altro.... E invece no!

LV - E invece no. C'è anche il teatro!
FDF - È vero.

LV - Ma cos'è che dà valore al momento teatrale? L'attore? Il suo prepararsi all'incontro col pubblico? L'interesse del pubblico per "qualcosa" da cui essere coinvolto?
A me sembra importante che la gente venga a teatro preparata. Però, magari, non sempre è così, quindi: quanto incide la preparazione dell'attore, non solo fisica, tecnica eccetera, ma interiore, per favorire l'incontro, per arrivare al risultato che tu sperimenti, mi sembra di poter dire, tutte le sere, di "un momento vissuto insieme"?
FDF - Io posso dire che l'importante è aver voglia di incontrarsi. Se c'è questa voglia di incontrarsi, allora è certo che sulla bilancia i valori sono pari! Sia il mio studio, la mia ricerca, concentrazione, il mio prepararmi anche dentro, sia il desiderio del pubblico di venire a teatro superando la stanchezza di una giornata di lavoro, prendendo la macchina, affrontando difficoltà varie ma con la voglia di "andare a incontrare". Incontrare qualcosa, qualcuno, un bel testo, un valido messaggio, un bravo attore, una bella scena, della buona musica... Io credo che è questo desiderio reciproco che fa sì che la cosa funzioni.

LV - Quanto è importante la scelta del soggetto da rappresentare e quanto incide nella riuscita dello spettacolo?
FDF - È importantissima. Io cerco di raccontare cose a cui credo. Non è facile, perché nel momento in cui ti avvicini a Tolstoj o a Kafka per esempio e decidi di proporli, devi prepararti, studiare e avere molto rispetto. Sono i testi stessi allora che ti vengono incontro. E non ti resta che metterti a disposizione, per darli nella loro autenticità .

LV - Fare l'attore, è un mestiere?
FDF - Ci sono varie opinioni su questo tema. Per me lo è. È un mestiere, che ha le sue regole, le sue fatiche, ma che dà anche i suoi frutti. Nello stesso tempo, però, è anche un piacere. Non si può fare l'attore senza convinzione e senza la gioia di farlo. C'è anche un altro aspetto che mi piace molto sottolineare, quello dell'artigianalità . Essere artigiano è il teatro. A me piace lavorare insieme con datori di luci, scenografi, attrezzisti, costumisti... Lo spettacolo lo facciamo insieme, è il risultato di un impegno collettivo. Da una parte l'essere preparati, dall'altra la necessità di prepararlo.
Secondo me è il mestiere più bello del mondo. A volte mi meraviglio persino che mi paghino per fare una cosa che mi piace...

LV - Queste considerazioni si possono riferire al "mestiere" dell'artista in genere. Ancor più oggi, dove magari il significato e il valore di questa figura è misconosciuto e la sua funzione viene strumentalizzata o addirittura derisa.
FDF - Sono d'accordo.

LV - Ci sono delle figure di riferimento, per te, nella storia del teatro? A quali maestri hai guardato?
FDF - Io ho avuto la fortuna di lavorare con dei veri maestri. Oggi il mondo è pieno di professori: tanti professori, quindi tante teorie. Mancano però i maestri, cioè quelle persone che "basta che facciano" perché tu sia pronto lì, a rubare.

LV - Rubare?
FDF - Certo. Io ho rubato tanto nella mia vita! Perché non avendo fatto una scuola di teatro, ho dovuto rubare dagli altri. È sempre stato bellissimo, essere un ladro... [Ridiamo.]

LV - So cosa intendi dire. E penso che anche altri conoscano il valore di questo modo di imparare. Anzi vorrei aggiungere che questa sensazione io l'ho provata con Orazio Costa Giovangigli, vero maestro del teatro del '900, per me figura di riferimento, che anche tu hai conosciuto. (Lui, come sai, mi ha espresso il suo apprezzamento sul tuo lavoro.)
Ho sempre pensato che questi grandi siano un po' come una sorgente che continua a offrire la sua acqua. Andare a "rubare acqua" alla sorgente non solo è opportuno, ma ciò le dà gioia.
FDF - Quanto è vero!

LV - Senti, Franco, drammaticità espressività leggerezza ...
FDF - Queste tre parole costituiscono l'essenza dell'attore. Anzi sono un po' l'essenza del teatro stesso. Le amo tutt'e tre. [Si ferma a pensare.]
Cosa posso dire, a proposito di questa o di quell'altra? ... Mi piace tanto essere drammatico, mi piace l'espressività ... Ma, sai, si contengono, nel senso che l'una ha in sé l'altra. Però, delle tre, la più sana è forse la leggerezza.
La dimensione della leggerezza mi ha aperto davvero delle porte straordinarie. E questo l'ho sperimentato in Spagna, proponendo uno spettacolo ispirato alle "Conferenze americane" di Italo Calvino.

LV - Puoi dirmi qualcosa di più su come tu la intendi?
FDF - Ma... sai... la leggerezza, in questa poverezza che c'è oggi di linguaggio...

LV - Mi piace "la poverezza". Hai detto proprio bene. Definiamola POVEREZZA. [Ridiamo ancora.]

FDF - La leggerezza si confonde molto spesso con la superficialità . È chiaro che non è questo. La leggerezza è qualcosa che ti permette di sorvolare sulle cose ma con una osservazione acuta e profonda. È far cadere su quello che sorvoli il tuo sguardo, il tuo ascolto, il tuo modo di vedere. La leggerezza, poi, comprende il gusto di sorridere di se stessi, per esempio, sottintende delicatezza, attenzione, gentilezza. Per questo dico che è una cosa che mi piace molto. E poi la leggerezza è l'impalpabile, aspetto anche questo che mi piace molto. Il massimo però è: essere leggero drammaticamente, espressivamente leggero, drammaticamente espressivo... Quando riesco a essere espressivo e drammatico con leggerezza, sono felice.
L'una vicina all'altra fanno sì che venga fuori il "corpo" dell'attore. E la "parola"! Nel senso più alto del termine.


LV - Nel libro "Gelosa di Majakovskij" Barbara Alberti, riferendosi ai terribili anni della rivoluzione russa, pone questa domanda:
"Perché la polizia segreta s'interessava tanto dei
poeti?"
RISPOSTA: "I poeti da noi [in Russia, ndr] erano
una cosa seria, mica come da voi [ in Italia, ndr],
che un po' vuol dire disadattato o scemo!
Da noi i poeti hanno sempre fatto il buono e il
cattivo tempo. Più famosi degli attori, più pensati
dei sovrani, avevano quel potere (...) ancora una
volta, la parola...
Con essa confondevano o illuminavano i giovani
ma anche i vecchi e i moribondi e quelli di mezza
età privati dei sogni e i bambini, che sentivano in
casa mischiati alle fiabe, i versi più famosi."

FDF - Mamma mia che bello!
LV - Sapevo che ti sarebbe piaciuto. Per questo ho voluto leggertelo. E anche per chiederti qual'è il tuo rapporto con la poesia. Hai già detto del valore della parola, ma mi piacerebbe, dopo questa lettura, sentire come sei entrato nel mondo della poesia e che significato ha avuto per te darle voce. Perché la poesia, non è così semplice sentirla parlare, mentre, attraverso il teatro, invece... può darsi...
FDF - Certo. Infatti. La poesia è per un attore "la materia". Una materia nobile. L'incontro con la poesia è stato qualcosa che mi ha sconvolto. Scoprirla è stato straordinario. Ho capito che essa non comprende solo la parola ma tutte le arti: è musica, è ritmo, è intensità ... È, per l'attore, necessità di interpretazione... È qualcosa di estremamente vivo. La poesia credo che sia una delle cose più vive che esistano! Ancora più del teatro. Perché ti permette di andare oltre l'artificio, verso il coinvolgimento totale dell'essere, offrendo la possibilità dell'emozione. La semplice parola non arriva a tanto. Anche se ogni parola ha in sé dei significati... Ma quando diventa poesia, ecco che va oltre, fino a toccare le corde più profonde della persona. Se scrivere poesia è un dono straordinario per il poeta, per l'attore lo è poterla dare.
È molto bello, molto bello. È stato come aver trovato un inestimabile tesoro: tenuto tutto per me, sarebbe troppo. Bisogna che in qualche modo lo condivida con altri, anche se con molto timore e con ancor più grande responsabilità .

LV - Qui si considera la poesia quasi come un nutrimento essenziale per il vivere. Ti sembra esagerato parlare di "pane della poesia"?
FDF - Il "pane della poesia"! No. Non è esagerato. È il modo più efficace con cui l'ho sentita definire. Noi ci si nutre costantemente di poesia. Essa è presente in tutto ciò che è bello. Anche se non ce ne rendiamo conto. E quindi, a noi ci nutre, come il pane quotidiano.

LV - C'è qualcosa che ti urge dentro? Che vuoi assolutamente dire?
FDF - Sì, è qualcosa di cui sento proprio il bisogno per continuare a vivere (non dico bene o tanto, ma il meglio possibile). È la pace, la cosa che più vorrei gridare. Detto così può sembrare scontato, però... La pace è qualche cosa che in questo momento mi manca. Vorrei poterla chiedere, vorrei poterla raccontare. E per pace intendo una pace interiore, la pace con gli altri. E proprio NO a qualsiasi tipo di guerra. Che sia psicologica, che sia con le armi... Invece pace! Cioè possibilità di dialogo, possibilità di incontrarsi... Questo sì. E allora vorrei poter gridare che questo è ciò di cui tutti abbiamo gran bisogno.

LV - Questo bisogno di pace, come lo vivi sulla scena? Come lo comunichi?
FDF - Lottando. Sembra un assurdo, desiderare pace e lottare. Però lo faccio con "armi innocue". Le mie armi sono me: la mia voce, le mie emozioni, i miei desideri, le mie capacità di comunicare... Cercare di essere bravo, perché la gente possa cogliere il più possibile di quello che sto facendo. Per questo, appunto, devo affinarle, queste armi! Le chiamo armi e mi vergogno un po', perché per armi s'intende sempre comunque qualcosa che distrugge. Invece le mie vorrebbero essere armi per "costruire". Costruire emozioni: mi sembra la cosa più importante. Per farlo devo riuscire ad andare oltre i miei stessi limiti, per poter sprofondare dentro qualche cuore. Dentro qualche anima.

LV - Allora, Franco, noi due ci troviamo qua e là , nel tempo e nello spazio. Io ho vissuto con te tanti tuoi momenti espressivi sulla scena o dalla parte del pubblico. Mi sono sempre sentito "costruito" da te. Cioè nutrito, da quello che tu hai fatto: dal tuo lavoro, la parola, il gesto...
Siamo anche amici, quindi conosco quello che ti vive dentro e mi pare che questa autenticità profonda, questo bisogno di essere veramente se stessi nei rapporti anche con gli altri, con le persone soprattutto più vicine, sia in te una costante tensione vitale.
Dirai: "Ma che c'entrano in una conversazione come questa considerazioni tanto personali"? Invece secondo me è fondamentale dirne, perché dell'amicizia e dell'autenticità dei sentimenti, oggi, abbiamo bisogno di sentir parlare, soprattutto abbiamo bisogno di averne esperienza, testimonianza... Io credo che si possa affermare che tra noi questo esiste. Ecco. Adesso io ti darò una mano a prepararti per lo spettacolo. [Sorride]
Un'ultima domanda. Quale pensi sarà , stasera, il momento più importante per te?
FDF - Ti dirò francamente: l'attimo in cui sto per aprir bocca. L'inizio dello spettacolo. Il momento in cui si apre la porta, si accende la luce.... È un attimo di strana beatitudine, la chiamerei così. Perché, fin che le porte son chiuse, non si comunica; se la luce è spenta, non vedi le persone. Quindi direi proprio che l'attimo più importante è quello in cui inizia la comunicazione. Tutte le sere è questo l'attimo in cui devo scavalcare tutti i problemi che ci sono stati prima. Devo essere disponibile, attento. Devo essere. Devo tirar fuori cioè tutto il meglio di me. L'attimo in cui questo accade, è appunto il momento in cui ha inizio lo spettacolo. È l'attimo più bello, quando la parola, come una gran signora, fa il suo ingresso in questo mondo strano che si va creando.
Spero che anche questa sera sia così. Spero che ce ne siano tante, di queste sere... Che le porte siano ben oliate, le luci ben puntate....... perché il miracolo del teatro si concretizzi.

Roma/Milano novembre 2002 - aprile 2003